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Obelix
Loch '90 - '91 - Speleologia in Altopiano
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Le esplorazioni dell'89 ci avevano
portato a -280 dove ci eravamo fermati sull'orlo di un pozzo
valutato sui trenta metri. Dal grande salone di -220,
trovare la via giusta non era stata cosa semplice e soltanto
grazie alle nostre amiche Aria e Fortuna riuscimmo a trovare
il passaggio giusto che stava nascosto al di sotto della
grande frana.
Oltre, la grotta continuava con qualche
salto, poi ancora il meandro ed infine, |
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superata una grande marmitta, il pozzo
che non avevamo potuto scendere per mancanza di corda. Poi,
nei mesi che seguirono, la nostra voglia di esplorare trovò
sfogo altrove e soltanto nella primavera successiva, ad un
anno dall'ultima punta decidemmo di tornare all'Obelix. |
24-25 marzo 1990
Part. Azzolini G., Ronzani S., Vellar L., Rigoni A., Rigoni P.
Entriamo alle 19 di sabato e in un paio d'ore siamo al salone di
-220. Io e Sandro iniziamo a rilevare mentre gli altri vanno a
migliorare gli armi dei saltini successivi che erano effettivamente
un po' troppo esplorativi. Alle due di domenica siamo sulla sommità
del pozzo inesplorato a -280. Il pozzo è subito molto ampio e si
rivelerà un P32. La parete ovest lungo la quale si scende, è
completamente ricoperta da una grande colata sulla quale scorre un
sottile velo d'acqua che sul fondo alimenta un bel laghetto. Tale
laghetto, profondo circa un metro, occupa completamente la base del
pozzo e riceve da nord un ulteriore apporto idrico seppur modesto,
proveniente da un meandrino che già dopo pochi metri diventa
impercorribile. Verso sud una fessura strettissima
e bagnatissima ne inghiotte rumorosamente l'acqua.
Qui le nostre velleità esplorative subiscono un
brutto colpo. Risaliamo mestamente dopo aver rilevato fino a -313.
Alcuni metri al di sotto della
partenza del P32, oltre un'ampia cengia, avevo notato rilevando
quello che avrebbe potuto essere un pozzo parallelo. Angelo, che
risale per ultimo, dopo aver disarmato sotto, riesce dopo vari
tentativi a pendolare. Il pozzo c'è effettivamente ed è profondo
forse una ventina di metri ma ormai si è fatto tardi ed usciamo. Nel
ritorno, guardando un po' in giro, scopriamo un nuovo ramo laterale
che entra nel principale a -265. Si tratta di un meandro, a tratti
ricco di colate e concrezioni che percorriamo in leggera salita per
una cinquantina di metri, fino alla base di un camino. Riprendiamo
la via dell'uscita che raggiungiamo alle 8,30 di domenica mattina.
15-16 novembre 1990
Part. Azzolini G., Ronzani S., Rigoni A., Rigoni P.
Partiamo alle 15,30 di sabato ed entriamo in grotta verso le 17.
Sosta a -200 e alle otto di sera siamo a -287, sull'inesplorato.
Nell'ultimo tratto sub-orizzontale notiamo che l'acqua di
scorrimento è aumentata. La nuova via che stiamo per percorrere non
è invece interessata da alcun scorrimento e sembra del tutto
fossile. Ne avremo conferma più avanti dove troveremo varie marmitte
riempite di fango e ghiaia. Scendiamo con un tiro unico un P11 e un
P6 in serie e subito dopo un altro saltino di tre metri. Oltre, il
meandro, mai strettissimo, prosegue degradando per un'ottantina di
metri per gettarsi poi in un bel P10, molto ampio e a sezione
circolare. Armarlo non è affatto semplice in quanto la roccia si
presenta completamente marcia e nerastra. Angelo riesce a mettere in
qualche modo un paio di spit e scendiamo.
Anche qui, il fondo è completamente coperto da
ghiaia e di acqua neanche l'ombra. Facciamo un'altra sosta per
mangiare un panino e poi ripartiamo, io e Sandro con il rilievo,
Angelo e Giglio avanti ad armare. Dopo il P10, il meandro continua
in direzione SE scendendo leggermente e mantenendo discrete
dimensioni. In alto, il soffitto non si vede quasi mai, dato
l'andamento tortuoso della volta. Dopo circa cinquanta metri,
incontriamo un P15 ancora più ampio del precedente. Altro armo
rognoso e poi giù. Qui, a -370, sospendiamo il rilievo in quanto
sono già passate le due. Diamo un'occhiata in giro e vediamo che dal
salone si dipartono due meandri distinti. Uno, posto nella parte
alta della frana, prosegue verso S-S-E, seguendo la direttrice
principale della grotta.
Angelo lo percorre per una decina di metri ma poi desiste in quanto
diventa un po' stretto e pieno di massi pericolanti. L'altro, si
diparte dal fondo della frana e sembra andare verso Ovest. Qui la
morfologia cambia completamente, le pareti del meandro non sono più
lisce ma piuttosto frastagliate e taglienti e sul pavimento, entro
le marmitte, si rivede un po' d'acqua. Avanziamo ancora in
opposizione perché il fondo del meandro è molto stretto. Abbiamo la
netta sensazione di essere tornati sull'attivo e infatti, percorse
poche decine di metri risentiamo il rumore dell'acqua. Poco oltre,
ecco apparire la cascata che da un meandrino molto concrezionato si
getta nel ramo principale. Pensiamo si tratti dell'acqua che non
avevamo potuto seguire oltre il laghetto di -313 e che attraverso un
percorso a noi sconosciuto è riconfluita nel tratto che stiamo
percorrendo.
Sono ormai le tre e paghi per
quanto abbiamo fatto decidiamo di tornare indietro. Thè a -200 e poi
fuori. Usciamo alle 9 di domenica mattina. Passare dai +8°C della
grotta ai -15°C esterni è piuttosto drammatico. Siamo bagnati fino
all'osso per cui dobbiamo spogliarci completamente ma vi assicuro
che è questione di secondi.
P. R.
22-23 giugno 1991
Part. Silvagni G., Ronzani S.
Ancora una volta ci troviamo all'ingresso dell'Obelix pronti a
vivere una nuova avventura. A differenza delle passate esplorazioni,
a partecipare a questa spedizione siamo solo in due: il Giacomo ed
il sottoscritto.
A dispetto delle apparenze, però, i nostri intenti sono piuttosto
ambiziosi. Vogliamo scendere al precedente limite esplorativo posto
a - 370 portando appresso circa 80 metri di corda, materiale d'armo,
viveri e, per fare le cose in grande, anche due macchine
fotografiche. La discesa procede bene, anzi, ci dilettiamo a
scattare foto a destra e a sinistra non trascurando di sperimentare
nuove tecniche di fotografia "subacquea".
Giungiamo così senza problemi a quota - 370 e qui banchettiamo
deliziosamente, operazione questa, utile per alleggerire i sacchi,
ma controproducente per noi, in quanto "trasferisce" solo il peso
nelle nostre pance.
A questo punto il programma prevede l'esplorazione di due nuove vie.
Dopo la constatazione che la via più promettente (corrente d'aria) è
quella situata nella parte alta della sala, ci infiliamo per
giungere subito nel punto in cui l'Angelo, la volta precedente, era
stato respinto. Guardatici attorno ed agendo d'intuito, rimuoviamo
del materiale posto sul pavimento ed abbiamo fortuna: ci troviamo di
fronte un by-pass che ci permette di percorrere ambienti inesplorati
fino a giungere sul bordo di un pozzo di circa
10m il quale inghiotte tantissima aria e con essa anche la nostra
foga esplorativa. Diamo un'occhiata agli orologi: è tardi e dopo
aver riflettuto sul da farsi, la ragione prevale sull'impeto dei
vent'anni ed imbocchiamo la via del ritorno. Pozzo dopo pozzo
riguadagniamo terreno e ci avviciniamo alla ormai sospirata uscita.
Quando arriviamo alla base del P.50, pregustiamo già il ristoro di
una buona tazza di cioccolato caldo ed il tepore delle coperte di
casa.
Risalgo per primo la corda e velocemente, mi trovo già a metà pozzo,
ma... all'improvviso un brivido mi percorre la schiena.
In un attimo tutte le cose care della vita mi passano davanti agli
occhi come una meteora. Sento uno scricchiolio cupo ed insistente:
accendo l'elettrico, alzo la testa e noto che sopra di me la corda è
lesionata e si sta rompendo.
Con una manovra fulminea mi metto in sicura facendo un'asola.
Ora mi sento meno in pericolo e posso constatare che in un punto la
calza esterna della corda è tranciata di netto e quindi sfilata dai
trefoli per circa un metro e mezzo.
Valutata l'entità del danno, corro ai ripari e, ben conscio che
anche il mio compagno deve pur risalire, rimedio all'inconveniente
con una tecnica degna dei migliori manuali di speleologia.
Guadagnata (mai parola fu più appropriata) l'uscita e fatte alcune
considerazioni sullo scampato pericolo, una volta a casa, deleghiamo
ad un buon sonno ristoratore il recupero sia fisico che morale.
Personalmente, questo fatto mi ha provato, tanto che per i
successivi quattro mesi, mi sono dedicato a fare solo quello che non
ricordasse in alcun modo un pozzo da 50, per di più armato con una
corda lesionata.
S. Ronzani
7-8 dicembre 1991
Si va ancora all'Obelix e stavolta siamo in cinque. Io, Angelo,
Giacomo, Sandro e Giovanna. Loris lavora e forse ci raggiungerà nel
pomeriggio. Le previsioni avevano dato neve ed invece stiamo
risalendo la mulattiera che porta alla grotta in una giornata
stupenda. Il cielo è limpidissimo e da dove ci troviamo possiamo
vedere tutta la pianura veneta, il Monte Venda sembra vicinissimo e
subito dietro si distinguono chiaramente gli appennini
Tosco-Emiliani che disteranno da qui almeno duecento chilometri.
A sud-est luccica il mare di Venezia e si distinguono persino le gru
e i fumaioli di Marghera. Di panorami così limpidi, da qui non ne
avevo mai visti. Merito (o colpa) del vento che da più di due giorni
spazza il cielo allontanando inesorabilmente le perturbazioni e la
neve che tutti aspettano e che non vuoi più cadere. Ci vestiamo e
diamo un'ultima controllatina al materiale da portare in grotta.
Manco a dirlo, Angelo ha dimenticato il piantaspit sul tavolo del
magazzino. Siamo già tutti pronti con l'imbrago e tutto il resto ma
qualcuno deve pur tornare in sede a prenderlo. Ci andiamo io e
Giacomo e ne approfittiamo per andare al Lux a farci un altro caffè.
In un'oretta andiamo e veniamo e raggiungiamo gli altri sopra al
P.50 dove Angelo sta cambiando la corda danneggiata
nell'esplorazione precedente e ne approfitta per sostituire i
moschettoni con dei Mayllon da 8. Infatti, dopo quanto abbiamo visto
nelle prove fatte sui nostri moschettoni a Costacciaro, le nostre
convinzioni in proposito sono un po' cambiate. Progrediamo
tranquillamente, Angelo, Sandro e Giovanna davanti, io e Giacomo
dietro a far foto. Arriviamo a -220 verso le tre, ci fermiamo a
mangiare qualcosa e a fare ancora qualche scatto qua e là, nel
salone.
Alle cinque del pomeriggio siamo a -370, nella sala del
bivio. Altra pausa per scarburare, mangiare, fotografare, pisciare, ecc. Da qui si dipartono i due rami. In
basso il ramo Ovest, sull'attivo, porta alla cascata ed è molto
bagnato. Vi entriamo per pochi metri solo per prendere acqua. A
quello alto, che va verso sud, ci avevano dato un'occhiata Sandro e
Giacomo nel giugno precedente ed è quello da cui pare venire quasi
tutta l'aria. Avanziamo per questo meandro, rilevando e la cosa ci
appare subito un po' rognosa. Vi sono parecchi crolli e bisogna
andare su e giù tra i massi per cercare i passaggi, spesso stretti,
che portano sopra ad un saltino di 6-7 metri, limite della
esplorazione precedente. Scendiamo nella saletta sottostante dove
Sandro aveva creduto di vedere la nera sagoma di un pozzo che
purtroppo non c'è. Mentre io e Sandro finiamo di rilevare e Giovanna
si riposa, gli altri cercano la prosecuzione.
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Trovano un piccolo arrivo che però dopo pochi
metri diventa impercorribile. Bisognerà scendere al di sotto
della frana per ritrovare il meandro che riparte alto e stretto
e che purtroppo poco più avanti si restringe. Un po' delusi,
torniamo nella saletta dove facciamo il punto della situazione.
Sono le 19,30 e Giovanna e Sandro decidono di tornare indietro
in quanto per uscire ci vogliono almeno cinque ore. Noi
proveremo ad andare avanti ancora per qualche ora o almeno
tenteremo. Lasciamo la corda da 80 e prendiamo solo uno spezzone
di 10-15 metri che porteremo avanti rilevando io e Giacomo.
Angelo andrà avanti ad allargare la strettoia ed eventualmente
ad armare. Il meandro è molto alto ma anche qui è stretto e
pieno di crolli. In qualche punto per avanzare un po' bisogna
alzarsi di 4-5 metri e ridiscendere. Rilevare è al dir poco
penoso ma sentiamo che più avanti Angelo non batte più per cui è
sicuramente passato. Dopo pochi minuti lo sentiamo gridare che
il meandro si allarga, ci sono molte concrezioni e forse un
lago. Rileviamo alla svelta e in mezz'ora lo raggiungiamo.
L'ambiente si fa più grande, con vari crolli
sospesi. Angelo ci |
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OBELIX - Laghetto a -270 m. |
| sta aspettando su
un saltino di una decina di metri. Di fronte a noi, una bassa
galleria sospesa si affaccia alta al di sopra di un laghetto che
prende acqua da un arrivo che vediamo a malapena per la distanza. |
Si
tratta con ogni probabilità del ramo attivo che parte da -370, nella
Sala del Bivio, e che qui si ricongiunge al meandro da cui siamo
appena arrivati. Armiamo su di un masso incastrato, spit 7-8 metri
più in basso e Angelo è nuovamente sul fondo del meandro, a valle
del laghetto. Noi purtroppo, abbiamo lasciato gli attrezzi molto più
indietro e non possiamo far altro che guardarlo allontanarsi. Ma
l'attesa non sarà lunga e dopo dieci minuti lo sentiamo tornare
cantando. Ci dirà, in cambio della promessa di un paio di birre, di
essere andato avanti per una cinquantina di metri
fin sull'orlo di un P20 molto grande di cui con l'elettrico un po'
scarico, non è riuscito a vedere bene il fondo. Ma quel che conta è
che la grotta continua alla grande e soprattutto che per il momento
le strettoie sembrano finite.
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| OBELIX - Laghetto a -270 m. |
Sono già passate le 22 per cui
partiamo come schegge verso l'uscita. A mezzanotte e mezza siamo a
-220 dove raggiungiamo Sandro e Giovanna che stanno risalendo. Da
qui in poi ci sono praticamente solo pozzi per cui non vai la pena
di procedere tutti attaccati. Li lasciamo andare avanti e ne approfittiamo per una sosta di un'oretta. Alle
cinque di Domenica mattina siamo tutti fuori, dopo quasi 20 ore di
grotta.
Sapremo poi che Loris era entrato da solo Sabato pomeriggio
ma che a -220 non era poi riuscito a trovare il passaggio nella
frana, pur essendoci già passato varie volte. Dopo un'ora di vani
sforzi e a corto di carburo aveva mestamente deciso di uscire.
Peccato per lui, sarà per la prossima volta.
P. Rigoni
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