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Un po’ di storia : l’antica zona industriale di Gallio
A 10 minuti a piedi dal centro di Gallio, si trovano i ruderi
dell’antica contrada Covola (Kuvela). Fino alla distruzione avvenuta
durante la I^ Guerra Mondiale, essa costituiva quella che oggi
chiameremmo la “zona industriale” del paese.
Seduti vicino alla sorgente, chiudiamo gli occhi e proviamo a fare
un viaggio nel passato e … a poco a poco … assieme al suono ora
cristallino, ora potente dell’acqua, cominciamo ad udire il rumore
incessante delle ruote che girano, delle teste ferrate che battono i
mortai, richiami di uomini, vociare di bambini, canti di donne …
Le case della contrada erano per lo più costruite su terrazzi lungo
il ripido pendìo, in fila a fianco della canaletta artificiale
(gora) che deviava l’acqua dal torrente per muovere le ruote degli
opifici.
Erano otto edifici in pietra a vista con scarso intonaco e
avevano da due a quattro piani. Alcuni avevano al piano superiore
l’abitazione, altri erano state costruiti appositamente per svolgere
il lavoro. I tetti acuminati, a due falde, erano coperti di scandole.
Vicino alla sorgente c’era una doppia fila di lavatoi e, poco
lontano, una piccola stalla con fienile.
L’abbondanza d’acqua per muovere le ruote idrauliche, l’estensione
dei boschi circostanti e la vicinanza con l’antica via della Val
Frenzela che conduceva a Valstagna e al Fiume Brenta, ha fatto sì
che nel corso dei secoli vi si sviluppassero numerose attività
artigianali o paleoindustriali. Altri opifici si trovavano ancora più a valle, nella contrada Ronchi di Sotto.
Quanto indietro nel tempo bisogna andare per trovare i mulini e gli
abitanti della Covola?
La prima fonte scritta finora trovata che documenta l’esistenza
degli opifici è del 1598, ma è pressochè certo
che questi ci fossero già da molto tempo. Infatti l’utilizzo del
mulino ad acqua, ovvero dell’energia idraulica in grado di far
funzionare gli ingranaggi di un meccanismo, si diffuse nell’arco
alpino durante il Medioevo.
Che attività venivano svolte in questi antichi opifici?
E’ soprattutto dagli scritti di numerosi storici e viaggiatori
dell’800 e dai dati ricavati dai Catasti storici austriaco ed
italiano (Archivio di Stato) che sappiamo che nella valle vi erano
mulini da grano, pile da orzo, folloni o gualchiere da mezzalana,
pestascorze e seghe da legname.
Alcune di queste sono parole strane, che non si sentono quasi più.

La Valle della Covola
La macinazione dei cereali era un’ attività legata al fabbisogno
familiare che continuò a funzionare, non senza interruzione, fino al
1950. Fino ai primi decenni del ‘900, i principali cereali coltivati
nei campetti dell’altopiano erano avena, orzo, frumento e segale.
Come funzionava un mulino da grano ad acqua?
La vita del mulino iniziava dalla presa, un canale diagonale munito
di saracinesca, attraverso il quale l’acqua del torrente veniva
deviata in un canale in pietra detto gora, che lambiva gli opifici e
portava l’acqua alla doccia, un canale in legno dal quale il getto
cadeva sulla ruota, innescando il movimento di rotazione.
La doccia era collegata all’interno del mulino ad una corda o ad una
catena legata ad un gancio. Togliendola dal gancio veniva spostata,
non faceva più cadere l’acqua sulla ruota e quindi il mulino si
fermava.
La ruota idraulica era una grande ruota in legno di diametro di 2.50
- 6 metri. Alla Covola c’erano ruote del tipo a cassette, di
diametro ridotto. La ruota veniva colpita dall’alto dal getto
d’acqua della doccia e per girare sfruttava il peso dell’acqua che
riempiva le vaschette.
La rotazione della ruota è possibile anche con poca acqua poiché il
movimento è assicurato dalla forza d’inerzia prodotta dal peso delle
vaschette piene d’acqua, oltre che dalla forza con cui l’acqua
precipita nelle vaschette stesse. La potenza del mulino è quindi
data dall’altezza del salto e dalla quantità d’acqua.
L’asse attorno al quale girava la ruota è detto
fuso: un grosso
tronco che entrava nel mulino attraverso un foro nel muro.
Il fuso, girando, muoveva il lubecchio e la lanterna. Il
lubecchio
era una ruota dentata in legno (di solito con 60 denti) posta
ortogonalmente al fuso.
La lanterna era una ruota a forma di gabbia rotonda, costituita da
pioli in legno (di solito 10) disposti verticalmente in cerchio e
fissati alle estremità da due piatti di legno circolari.
Quando il lubecchio girava i suoi denti andavano ad inserirsi tra i
pioli della lanterna facendola girare e trasformando così il
movimento da verticale ad orizzontale ed inoltre moltiplicando i
giri delle macine rispetto ai giri della ruota (con 60 a 10, mentre
il lubecchio fa un giro, la lanterna ne fa sei).

Lanterna e lubecchio
Questi ingranaggi erano disposti sotto il castello, un robusto ponte
o soppalco in legno che sosteneva le macine.
Attraverso la lanterna e il castello passava un palo di legno
verticale, la bronzina del girello, che si infilava tra le macine e
terminava con un pezzo di ferro a forma di farfalla detto nottola.
Le macine o palmenti, erano due pietre rotonde che macinavano i
cereali (da cui il detto “mangiare a quattro palmenti”). La macina
superiore mobile ruotava su quella inferiore fissa per mezzo della
bronzina del girello. Le due facce contrapposte erano quella
superiore concava, quella inferiore convessa. Avevano delle
scanalature a raggiera che servivano a rendere più ruvida la
superficie ed erano avvolte da una cassa in legno dalla quale,
attraverso un’ apertura a canaletta, fuoriusciva la farina.
Sopra le macine si trovava la tramoggia, una cassa in legno a forma
di tronco di cono rovesciato. Vi venivano gettati i chicchi che poi
uscivano sotto e, attraverso un piccolo canale inclinato in legno
detto tafferìa, andavano a finire tra le macine.
All’interno della tramoggia, in mezzo al grano da
macinare, c’era un’assicella collegata all’esterno da una corda alla cui
estremità era legato un campanello. Quando il grano stava per
finire, l’assicella si alzava e il campanello suonava, avvisando il
mugnaio che era necessario ricaricare la tramoggia. Molti mulini
funzionavano anche di notte e se le macine giravano a vuoto, non
solo si rovinavano, ma le scintille provocate dallo sfregamento
delle pietre avrebbe potuto causare un incendio.
La farina macinata finiva nel buratto, un cilindro orizzontale
avvolto con tessuto con trama di diversa grossezza, che fungeva da
setaccio. La farina setacciata, più o meno grossa, cadeva poi nel
sottostante cassone di legno a scomparti. La crusca invece,
costituita dalle bucce dei chicchi di grano, cadeva in un cassone
laterale.
Un’ altra attività legata al fabbisogno familiare era la pilatura
ovvero il procedimento che serve a liberare i chicchi (cariossidi)
di orzo e miglio dalle loro bucce (glumelle) che non sono digeribili
per l’uomo. Nell’800 erano in attività alla Covola una ventina di
pile da orzo che, in ragione dell’uguale meccanismo, servivano anche
per pestare la corteccia ed il tabacco.
La macchina pila - orzo, chiamata anche pestino, poteva essere di
due tipi: a pestelli o, più di rado, a mole.
Il pestino a pestelli
I pestini erano formati da una base in pietra di forma parallelopipeda di notevoli dimensioni, entro la quale erano
praticati due, tre, quattro, anche cinque fori, a forma di olla, che
contenevano ciascuno uno staio di cariossidi.
All’esterno delle due facce minori, trovavano sede due montanti
verticali in legno. Essi erano collegati tra loro da due traverse
orizzontali, parallele e distanziate, entro cui erano praticati dei
fori a sezione quadra, in eguale numero delle olle.
Attraverso questi fori scorrevano i pestelli in legno con la parte
terminale in ferro a forma di cono tronco.
Ogni pestello presentava in basso la palmola, ovvero una sorta di
sperone orizzontale modellato inferiormente a curva.
I pestelli venivano mossi dalla ruota idraulica attraverso il
fuso
che era dotato, in corrispondenza delle palmole, di contropalmole a
paletta. Erano queste ultime che, per rotazione del fuso, si
adattavano alle palmole sollevando i pestelli e poi, sganciandosi,
lasciandoli ricadere per proprio peso.
In tal modo, per un pestino a due olle, mentre si alzava il primo
pestello, il secondo si abbassava; per un pestino a tre olle, mentre
il primo e il terzo si alzavano, il secondo si abbassava; e così
via.
Le teste ferrate penetravano nelle olle senza toccare il fondo e
schiacciare i chicchi, ma solo agitandoli o sbattendoli contro la
parete interna delle olle perché si sbucciassero. Per evitare la
fuoriuscita dei chicchi, le teste ferrate dei pestelli erano munite
di dischi forati in vimini.
Il pestino a mole
Era una vasca in pietra, circolare ed a forma di conca e presentava
la parte centrale a colonnetta. Essa poggiava sul castello in legno,
entro il quale era collocato un ingranaggio ortogonale a lubecchi.
L’albero verticale del lubecchio posto orizzontalmente, passando
attraverso la colonnetta, si infilava, con il suo mozzo, in una
boccola incassata nel soffitto. Sopra la bocca della colonnetta,
l’albero era attraversato da un asse orizzontale regolabile che
sorreggeva alle estremità due dischi in pietra arrotondati (mole).
Riempiendo di orzo o miglio il fondo della vasca e mettendo in moto
il meccanismo, le due mole venivano fatte girare. Ortogonalmente
all’asse delle due mole, una traversa in legno sorreggeva alle
estremità uno o due raschiatoi in ferro, che servivano a spostare la
massa dei grani ed a pulire la superficie interna della vasca. Di
conseguenza, le cariossidi si sfregavano le une contro le altre e
sbattevano contro le pareti ruvide della vasca, liberandosi un pò
alla volta dalle glumelle.
Il sistema dei lubecchi, ad uguale numero di denti, garantiva
lentezza e regolarità di rimescolìo.

Pestino a pestelli
Follare o gualcare significa invece rendere i panni e le pelli
morbide. É voce di derivazione tessile, infatti il termine
follare
deriva dal latino volgare fullare (calcare, specificatamente la
lana) e ha come sinonimo il termine gualcare che deriva dal
longobardo walkan (rotolare). Questa operazione veniva eseguita
battendo i panni, riposti nei mortai, con pestelli di legno.
Anticamente la stessa operazione serviva a rendere le pelli morbide
e granite e perciò è possibile che alla Covola questa attività
fosse, almeno in parte, legata alle concerìe di Gallio.
L’attività principale era però quella di pestare le scorze, ovvero
di ridurre in polvere la corteccia di Abete bianco per ricavare il
tannino, utilizzato per rendere imputrescibili le pelli, anello
fondamentale della “catena produttiva” della concia che si svolgeva
soprattutto nella Contrada Fontana, presso l’altra copiosa sorgente a nord di
Gallio, il Pach.
Quest’ultima località ancora oggi viene comunemente
chiamata “le garberìe”, voce di origine tedesca che significa
appunto conceria (gerberei).
Per gli abitanti dell’Altopiano che erano legnaioli, carbonai,
pastori e cacciatori, lavorare le pelli era da sempre una
conseguenza naturale dell’ambiente in cui vivevano: quantità di
velli e manti di animali che allevavano, acque disponibili, grande
quantità di materiale tannante nella vegetazione boschiva.
Il principio attivo responsabile del processo di concia è
appunto il tannino
e tale sostanza si trova , a seconda di alcuni tipi di alberi, nella
corteccia, nelle foglie, nel legno o nei frutti.
Il materiale base dei conciapelli di Gallio era la corteccia di
abete bianco (Abies alba), detto tanna nell’idioma cimbro. Ha un
contenuto tannico di circa il 12%, discrete quantità di sostanze
fermentabili e fornisce cuoi compatti di colore nocciola chiaro e
buon odore resinoso.
La corteccia veniva accantonata fin dalla primavera, in concomitanza
con la ripresa del taglio del legname nei boschi. Dopo la sramatura,
venivano scortecciati i tronchi con un apposito coltello, ottenendo
dei larghi fogli. Questi venivano accuratamente accatastati in modo
che si seccassero senza arricciarsi. Per mezzo di slitti venivano
poi portati a valle, in paese e poi alla Covola per la macinazione.
Qui la corteccia veniva prima spezzettata e poi macinata in piccoli
mortai per mezzo di magli di legno armati di ferro messi in moto
dalla ruota idraulica: meccanismi che non erano diversi dalle
macchine pila-orzo a pestelli e dai mulini da follo tant’è che dalle
fonti scritte sappiamo che gli stessi mortai servivano sia come pile
d’orzo, sia per pestare le scorze, il tabacco e altre sostanze.
Le scorze, dopo essere state macinate, venivano portate alle
concerìe dove, impastate con acqua, venivano poste nei tini assieme
alle pelli da conciare.
L’uso massiccio delle sostanze tannanti vegetali finì con l’avvento
della concia al cromo, introdotta nella seconda metà dell’800.
La concia come attività industriale si era diffusa, in particolare a
Gallio, soprattutto a partire dal XV sec., quando la Reggenza dei 7
Comuni fece atto di dedizione alla Serenissima Repubblica Veneta. Fu
proprio Venezia a recuperare il patrimonio di antiche conoscenze
provenienti dall’Oriente, utilizzandole in nuove forme e con
rinnovato spirito, tanto che dai trattati commerciali conclusi con
il Sultano d’Egitto, con il re d’Armenia e con il Sultano di Tripoli
a cavallo tra l’XI ed il XII sec., si riscontrava già un largo
traffico di pelli e pellicce.

Primi '900: gli opifici visti da est
Nel 1454, all’atto della fondazione della Fraternidade de li
pelizari de la Terra de Bassan, molti di loro erano originari di
Gallio. Fra questi il maestro Berto da Galio, padre del celebre
Jacopo da Ponte e nonno di Francesco da Ponte il Vecchio. Quest’ultimo
artista ultimò nel 1547 la Pala della Santissima Trinità, custodita
a Bassano nell’omonima Chiesa, nella quale rappresentò alcuni
aspetti dell’antica professione familiare.
Nel 1771 c’erano a Gallio 10 fabbriche di conciapelli i quali acquistavano a
Venezia le cuoja bovine secche e fresche provenienti da Smirne,
Costantinopoli, Alessandria. I pellami, oltre a soddisfare la
domanda locale, venivano venduti nei mercati del vicentino, padovano
e triestino.
Ancora nel 1892, su un totale di 26 concerie esistenti nella
provincia di Vicenza, Gallio ne contava 8, le vasche e i tini per la
concia erano 50, gli addetti 44. La concia quindi rappresentava un
importante ramo dell’industria e del commercio dell’Altopiano.
Ancora negli anni precedenti la I^ Guerra Mondiale, venivano
annualmente allestite circa 30.000 pelli. Muli carichi di pelli
facevano la spola con la stazione ferroviaria di Bassano dirette poi
a Vicenza, Venezia, Milano, Bologna e altrove.
E’ interessante notare che la chiesa parrocchiale di Gallio è
dedicata a San Bartolomeo apostolo. Questo martire della cristianità
venne scorticato vivo e crocifisso e per questo venne scelto nel
Medioevo da molte corporazioni europee di conciapelli come loro
protettore, venendo di solito rappresentato da pittori e scultori
con la pelle scuoiata sulle spalle.
Nel 1915, in seguito alle necessità di guerra ed al crescente
fabbisogno di risorse idriche, l’Ufficio del Genio Militare decise di
costruire un acquedotto che utilizzasse l’acqua perenne della
sorgente Covola. A monte dei mulini, a pochi metri dalla sorgente,
venne edificata l’officina di sollevamento e furono realizzate due
condutture per spingere l’acqua in alto, fino al serbatoio costruito
sul vicino Monte Sisemol. Da qui, un’altra conduttura scendeva fino
alle contrade Leghen e Stellar e raggiungeva la zona di Asiago per
poi congiungersi a Canove con l’acquedotto della sorgente Renzola.
Da Stellar, un’altra diramazione raggiungeva Bertigo e il Turcio.
Nel 1916 ebbe inizio la Strafexpedition austroungarica: il 18 maggio
Gallio fu colpita dalle prime quattro granate, l’ultima delle quali
cadde nei pressi della Covola. La popolazione dovette fuggire e
iniziare il periodo di profugato in pianura (ad Albettone, vicino a
Vicenza) che si sarebbe concluso quattro anni dopo.
Il conseguente ripiegamento della linea italiana causò la perdita
delle sorgenti più copiose: Renzola, Marcesina e Covola.
Contemporaneamente, il fabbisogno di acqua aumentò in modo
impressionante per il numero di soldati che il Comando Supremo
dislocò in breve tempo sull’Altopiano per arginare l’invasione.
In giugno, il Comando del Genio della I^ Armata costituì l’Ufficio
Idrico che studiò il problema del rifornimento razionale di acqua e
costruì numerosi acquedotti minori localizzati ai piedi
dell’Altopiano.
Nel frattempo, la controffensiva italiana riuscì a far
indietreggiare gli imperiali, rinsaldando le linee da Camporovere al
Monte Zebio e quindi riconquistando anche la Covola. In soli tre
giorni furono riparate le condutture danneggiate e sostituite le
elettropompe con pompe azionate da motori a scoppio, rimettendo in
azione l’acquedotto e le diramazioni comunicanti con quello
proveniente dalla Renzola.

L'edificio militare
In luglio fu realizzata un’altra conduttura che dal Sisemol,
alimentando un altro serbatoio in loc. Mosca, raggiungeva poi
Campomezzavia e la Val Chiama. Con altre diramazioni fu raccordata
la linea presso Asiago (S.M. Maddalena) con le zone di Granezza e
Boscon. Fu così possibile sopprimere i rifornimenti dalla pianura e
portare sull’Altopiano i luoghi di carico per autobotti e carri.
Soddisfatte le esigenze del momento, per assicurare
l’approvvigionamento alle truppe anche nel caso in cui gli eventi
bellici avessero causato l’aumento del fabbisogno, fino alla fine
della guerra furono costruiti numerosi impianti di sollevamento e
distribuzione dell’acqua e numerosi allacciamenti tra i diversi
impianti.
Tra quelli realizzati nel territorio della VI^ Armata, si trovavano
anche quelli serviti dalla sorgente Covola.
Per la realizzazione, manutenzione e funzionamento di questa vasta
rete furono creati magazzini e officine a Thiene, Bassano, Marostica
e Breganze. Ci fu bisogno di scorte di materiali, mezzi di trasporto
e numeroso personale.
Il trasporto dell’acqua dalle prese maggiori fino ai reparti fu
effettuato con mezzi a trazione animale (autobotti, autocarri e
carri), ghirbe portate a basto e marmitte da campo portate a spalla.
Per disciplinare il movimento di veicoli, animali e uomini nei
pressi delle prese maggiori, situate in zone spesso impervie, furono
realizzati degli ampi piazzali.
La quantità d’acqua complessivamente erogata dalle prese maggiori e
da 200 prese minori, fu sufficiente al fabbisogno delle truppe,
all’abbeverata degli animali ed al funzionamento di 25 bagni.
Benché una buona parte della rete fosse stata interrata ad 1 metro
di profondità, quasi giornalmente vi fu qualche tubazione colpita
dal tiro nemico. Nonostante i danneggiamenti fu possibile assicurare
sempre ed in qualunque luogo la continuità del rifornimento.
L’officina di sollevamento della Covola era dotata di pompe a
stantuffo e motori a scoppio. Le linee e diramazioni servite
dall’acqua della sorgente mediante serbatoi e officine di
sollevamento erano:
Sisemol - Mosca - Campomezzavia - Val Chiama;
Sisemol - Ronco del Carbon;
Sisemol - S.M. Maddalena (Asiago) - Bivio S.Sisto - Prìa
dell’Acqua - Granezza;
Sisemol - S.M. Maddalena - Coda - Bivio Italiano (Canove) - Cesuna
- Campiello;
Rotz (Gallio) - Val Giardini - Croce di S.Antonio (zona Monte
Zebio).
Alla fine della guerra, la valle della Covola si presentava come un
cumulo di macerie: solo l’acquedotto militare, costruito in cemento
armato e potenziato nel frattempo, era rimasto in piedi. Gli antichi
mulini, rasi al suolo, furono abbandonati e la vita riprese poi
solamente ai lavatoi, nei pressi della sorgente.
L’edificio militare venne utilizzato dal 1933 come mulino per la
macinazione dei cereali dalla famiglia Segafredo Duri. Nel 1950
venne meno anche questa attività, a causa del progressivo abbandono
delle tradizionali coltivazioni agricole e quindi della drastica
diminuzione del prodotto da macinare.
Nel contempo, la doppia fila di lavatoi venne utilizzata dalle donne
di Gallio per lavare i panni (soprattutto per sciacquarli dopo aver
“fatto la lissia”), soprattutto d’inverno quando le fontane del
paese si gelavano, mentre l’acqua della Covola manteneva una
temperatura costante ed era tiepida. Con l’arrivo della fornitura
d’acqua direttamente nelle case (anni ‘50), anche i lavatoi furono
abbandonati.

Lavandaie
Da quel momento in poi la Valle cadde nell’oblìo fino al 1998
quando, dopo decenni di abbandono, sono iniziati i lavori
nell'ambito di un progetto generale di recupero e valorizzazione
della Val Frenzela.
Fino ad oggi il Comune di gallio, usufruendo del
cofinanziamento di diversi Programmi comunitari europei, ha realizzato la
sistemazione della mulattiera comunale, dell'area della sorgente e
dell'edificio militare. Sono stati riportati alla luce i
ruderi dei primi sei opifici, nascosti da materiale di crollo, terra
e vegetazione. É stato inoltre ricostruito come
in origine l'opificio più a valle, il pestarino dei Prott: ora può
essere visitato completo della pila da orzo e del pestino a
pestelli, funzionanti grazie alla ruota idraulica.
I lavori hanno dato il via alla riscoperta dell’antica contrada da
parte dei galliesi stessi, di visitatori e
turisti, alla realizzazione di un opuscolo turistico, di visite
guidate e di una videocassetta “La Covola, ricordi e testimonianze”
(realizzata in collaborazione con la nostra Videoloch).
L’edificio militare è sede di una piccola mostra
permanente e della Stazione di
monitoraggio attivata dal nostro Gruppo.
La Covola costituisce altresì uno dei maggiori
itinerari del Museo dell'Acqua di Asiago - Altopiano dei 7 Comuni.
Il nostro viaggio nella Storia è finito, per ora. Stiamo cercando
altre voci dimenticate, notizie che vengono da lontano.
Nel frattempo, guardiamo questi sassi, ascoltiamo l’acqua, magari
per un attimo, con occhi diversi.
Per capire il presente e pensare al futuro … bisogna conoscere il
passato.

Il pestarino dei Prott ricostruito nel 2004
Per saperne di più:
Francesco Caldogno, Relazione delle Alpi Vicentine e de’ passi e
popoli loro, 1598
Padre Gaetano Maccà, Storia del Territorio Vicentino, 1816
Ottone Brentari, Guida storico - alpina di Bassano - Sette Comuni,
1885
Bernardino Frescura, L’Altopiano dei Sette Comuni Vicentini, 1894
Aristide Baragiola, La casa villereccia delle Colonie Tedesche
Veneto - Tridentine, 1908
Regio
Magistrato alle Acque, Sull'idrografia carsica dell'Altopiano dei
Sette Comuni, Venezia 1911
Servizio Metereologico del Comando Supremo dell’Esercito Italiano,
Clima e acque dell’Altopiano dei Sette Comuni, 1916
Comando Generale del Genio, Gli impianti idrici dell'Altopiano dei
Sette Comuni, Aprile 1919
Fernando Zampiva, L’arte della concia - ad Arzignano, nel vicentino,
nel Veneto e in Italia dalle origini ai giorni nostri, Ed. Egida,
Vicenza 1997
Giuseppe Sebesta, La via dei mulini – dall’esperienza della
mietitura all’arte di macinare, Museo degli usi e costumi della
Gente Trentina, 1976
Marc Bloch, Lavoro e tecnica nel Medioevo, Laterza, Bari 1987
A cura di Piera Pancheri, Farina del mio sacco, Museo degli usi e costumi della Gente Trentina,
San Michele all'Adige 1997
Archivio di Stato di Bassano del Grappa
Scuolaofficina, periodico di cultura tecnica del Museo del Patrimonio industriale di Bologna
Claudio Grandis, I mulini ad acqua dei Colli Euganei, Ed. Il Prato, Padova 2001
Bernardo e Domenico Finco, Per non dimenticare, Bassano del Grappa 1985
AA.VV., Mestieri e saperi fra città e territorio, Vicenza 1999
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