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Nota storica
L'attuale paesaggio che tanto caratterizza la conca ondulata
centrale altopianese e la conca asiaghese in particolare, è il
frutto delle trasformazioni del territorio che l'uomo ha attuato nel
corso dei secoli.
Nella preistoria l'Altopiano era ricoperto da pietrame e alberi, una
grande foresta ai margini della quale si insediarono i primi
abitatori. Furono probabilmente cacciatori e boscaioli che si
stabilirono su questi monti prima temporaneamente e poi in modo
permanente. Sull'Altopiano, come in altre zone alpine e prealpine,
la maggior parte degli insediamenti ha avuto origine da
disboscamenti più o meno estesi a partire dal Neolitico.
Poco è dato sapere dell'epoca romana e altomedioevale, ma seppure vi
siano varie interpretazioni circa l'origine della popolazione di
origine nordica che si stabilì su questi monti, sulla base dei primi
documenti scritti si può affermare che il disboscamento e la
bonifica del territorio avvennero lentamente dai margini
dell'altopiano verso il centro. Di Rotzo, un centro abitato che si
trova al margine occidentale dell'Altopiano, si ha notizia fin
dall'anno 800, mentre il nome di Asiago compare per la prima volta
nel 1204. Certamente la localizzazione dei primi nuclei abitati è
dovuta alla presenza di una o più sorgenti o addirittura, come nel
caso di Asiago, alla presenza di un corso d'acqua superficiale.
Durante il periodo precedente, il generale miglioramento climatico
portò alla notevole diffusione del faggio, il cui legno rappresenta
uno degli elementi più importanti per la facilità con cui può essere
trasformato in carbone. È quindi presumibile che durante quei secoli
vi sia stata una accelerazione nell'attuare 'le opere di
disboscamento, sia per il fabbisogno di legname e carbone sia per le
esigenze della popolazione ormai insediata sul territorio in modo
diffuso, le cui principali attività erano rappresentate appunto
dallo sfruttamento delle risorse forestali e dalla pastorizia. È
forse in questo periodo che la necessità di spostarsi per lunghi
periodi anche in zone prive di sorgenti, ha portato alla creazione
di riserve d'acqua artificiali: le pozze alpestri.
Un altro elemento che certamente ha contribuito al progressivo
aumento delle zone coltivate ed in particolare alla fienagione, è
stato nell'XI-XII sec. la diffusione della falce a due mani che ha
permesso un consistente aumento della produttività nella raccolta
dell'erba. E quindi a partire da questo periodo che inizia a
prendere forma il sistema insediativo che si consoliderà nei secoli
successivi specialmente nel '400 e '500 durante il periodo di
dedizione alla Serenissima. A questo proposito è importante
sottolineare che dal 1310 al 1807 l'altopiano è stato una
Federazione di Sette Comuni autonoma e indipendente.
Emblematico è il caso della conca asiaghese. A partire dal periodo
suddetto, attorno all'abitato di Asiago sorsero dei nuclei
insediativi (le attuali Contrade) disposti ad anelli concentrici,
anelli che "segnavano" presumibilmente i limiti delle aree dei
successivi disboscamenti e delle bonifiche dei terreni, ma anche
l'individuazione delle principali sorgenti indispensabili alla vita
stanziale. Crescono nel territorio attività quali la pastorizia e la
casearia, come anche le industrie lignarie, la filatura, tessitura
di tele ppr vele da bastimento, attrezzi da remaggio, confezione del
carbone, vendita di lana, vitelli e formaggi e numerosi opifici
mossi dall'acqua del Rio Asiago. La Calle dei Carboni a Venezia era
divenuta gran parte di proprietà degli industriali carbonieri dei
Sette Comuni. Lo sfruttamento massiccio dei boschi ed il
notevolissimo aumento degli ovini determinarono dei fenomeni di
dissesto ambientale (frane, dissesti idrologici, ecc.) tanto da
spingere la Serenissima ad emanare delle leggi che riflettevano il
cattivo stato dei boschi e dei pascoli tra il '500 e la metà del
'700. Alla fine del '700, lo stesso Abate Agostino Dal Pozzo,
insigne storico altopianese, esorta i suoi contemporanei ad
accrescere invece che distruggere le superfici boscate.
Certamente questa esortazione non si riferiva ai
terreni bonificati della conca centrale dove si erano già sviluppati
i nuclei degli attuali insediamenti abitati, ma alle zone boscate
dei rilievi dove lo sfruttamento della risorsa boschiva aveva ormai
raggiunto livelli di quello che noi oggi chiamiamo "dissesto del
territorio".
Ritornando all'analisi delle origini del sistema
insediativo della conca asiaghese, si possono distinguere tre realtà
di scala: la casa, la contrada, il paese.
La casa era formata dall'edificio principale e da
tutta una serie di dipendenze: la legnaia, il pozzo, la pozza, i
pagliai, ecc., tutti elementi collegati tra loro da una serie di
recinzioni di vario tipo in legno e in pietra (laste).
Le case di solito si raggruppavano in contrade a
struttura compatta, collocate spesso sul colmo di un colle, dentro
cui si generavano spazi comuni : una "conurbazione" di aie da cui si
diramavano tutta una serie di strade e di viottoli che collegavano
la contrada con i fondi agricoli, con le altre contrade e con il
paese di Asiago. La contrada era fortemente marcata da alcuni
elementi architettonici pubblici o comunque collettivi: il forno per
il pane, il capitello o la chiesetta dedicati al Santo protettore,
la fontana con il lavatoio.
Infine il. paese, con una struttura più complessa
formata da un duplice filare di case disposte lungo la strada, da
piazze, edifici pubblici, fontane, lavatoi e da strade e viottoli
che si dipartivano radialmente verso le contrade.
Senza entrare nel dettaglio degli avvenimenti
storici riguardanti Asiago e l'Altopiano nei secoli successivi (la
caduta della Repubblica di Venezia, lo scioglimento della Reggenza
dei Sette Comuni, la decadenza di molte delle attività produttive
che si erano sviluppate sino a quel momento), attraverso le
descrizioni scritte di molti studiosi e viaggiatori, ma soprattutto
attraverso le immagini fotografiche scattate tra la fine dell'800 e
i primi anni del `900, possiamo osservare come la struttura
insediativa della conca si sia consolidata, sempre però con le
caratteristiche originarie: il centro di Asiago circondato da prati
e appezzamenti coltivati, i nuclei delle contrade e le numerose
stradine e viottoli di collegamento tra il paese e le contrade e fra
queste ultime. Rispetto all'intorno della conca si può osservare la
scarsità di boschi che ricopre i rilievi più alti, dovuta allo
sfruttamento massiccio della "risorsa legno" di cui si è già parlato
precedentemente.
La I^ Guerra Mondiale costituisce un avvenimento
sconvolgente nella vita di Asiago e dell'Altopiano: paesi e contrade
rasi al suolo dai bombardamenti, boschi completamente distrutti,
pascoli sconvolti e la popolazione costretta alla fuga e al
profugato in centri della pianura per più di tre anni. Nell'inverno
1918-19 la popolazione cominciò a ritornare, trovandosi di fronte
uno spettacolo desolante. Furono comunque subito avviati i lavori di
ricostruzione. Per il centro urbano di Asiago, la ricostruzione
segnò una svolta significativa, in quanto l'organizzazione del
tessuto urbano fu concepita in modo nuovo e diverso rispetto al
precedente tessuto medioevale, un modo più consono alle possibilità
di futuro sviluppo turistico, che comportò la canalizzazione
sotterranea del Rio Asiago. Fontane e lavatoi furono ricostruiti e
potenziati in base alle nuove esigenze.
L'organizzazione insediativa della conca e gli stessi nuclei delle
contrade rimasero inalterati, tanto che attualmente, nonostante il
notevole sviluppo edilizio verificatosi soprattutto nel centro di
Asiago negli ultimi trent'anni, costituiscono ancora la principale
caratteristica della conca asiaghese. Le contrade hanno mantenuto il
carattere di nuclei abitativi formati da edifici per lo più
raggruppati attorno alla chiesetta o alla fontana.
Per quando riguarda in particolare le fontane e i
pozzi, la creazione della rete idrica che portava l'acqua
direttamente nelle case, è stata il motivo principale del
progressivo abbandono di 'questi manufatti. Nel centro di Asiago,
con la scomparsa dell'attività contadina, questi manufatti furono
progressivamente demoliti, in quanto non avevano più una funzione
pratica di esistere. Nelle contrade invece, le vasche come le pozze,
continuarono la loro funzione come punti di abbeveraggio del
bestiame e, seppur in parte in stato di abbandono, sono ancora
funzionanti, costituendo ancor oggi una delle principali
caratteristiche dell'ambiente rurale.
È appunto questo grande patrimonio giunto
pressoché intatto fino a noi, che costituisce l'oggetto del presente
lavoro, ovvero la conoscenza ed il recupero di questi antichi
manufatti che spesso sono legati a dei toponimi che richiamano la
fondamentale importanza dell'acqua.
Un altro caso da portare come esempio è quello di
Foza. Dopo l'abolizione del pensionatico (diritto di sosta e pascolo
delle greggi dei Sette Comuni in pianura durante l'inverno, concesso
dalla Repubblica di Venezia) avvenuta nel 1860, ci fu un cambiamento
quasi radicale nell'economia del paese. Esso allora contava 1.687
abitanti e "solamente " cinquant'anni prima, coi suoi 1.812
abitanti, si contavano 20.850 pecore con ben 280 pastori. Se con il
pensionatico il lavoro del pastore era enormemente avvantaggiato sia
per il pascolo sia per il fabbisogno di acqua (fiumi e corsi d'acqua
minori della pianura), l'abolizione di questo diritto causò il
progressivo abbandono della pastorizia, dovuto appunto anche alla
impossibilità di reperire sull'Altopiano sufficienti risorse idriche
per abbeverare le greggi. L'Amministrazione di allora si può dire
che non perse tempo, in quanto già nel 1887 ogni contrada aveva una
sua pozza dove far fronte alle necessità dei pastori e a quelli che
convertirono il proprio gregge in mandrie di vacche. Si diede
inoltre il via alla realizzazione di fontane in contrade con alta
concentrazione di nuclei familiari. Una delibera del Comune di Foza
datata 20 marzo 1888 dava precedenza alla Piazza e in seguito alle
contrade Valpiana, Lazzaretti, Furlani, Gavelle, Guzzi, Stainer, Ori
- Chiomenti, Chigner, Carpanedi, Mengar e Badaile, Biasia e Ori -
Sbant.
Foza inoltre disponeva anche di varie fontane
alimentate da sorgenti che scendevano dal Monte Miela e da Marcesina.
Dislocate in vari punti del territorio, erano continuamente curate e
sorvegliate contro abusi e inquinamenti. Nel 1895 le fontane
restaurate erano sette: Valpiana, Lazzaretti, Valcapra, Stainer, Ori
- Biasia, Ori - Chiomenti e Pubel. È a queste sette fontane che si
deve la disposizione topografica del paese.
Non bisogna dimenticare inoltre l'esistenza di
una sorgente in località Sacco. Foza credette moltissimo ad un
acquedotto che una volta raggiunto il paese e alimentato una grande
cisterna, avrebbe garantito l'approvvigionamento, ma sopraggiunse la
1 Guerra Mondiale e Foza venne distrutta. Vennero anche distrutte
fontane e sorgenti, ma non poté la guerra cancellare i luoghi e i
loro toponimi, alcuni dei quali ancora indicati sulla cartografia,
altri meno importanti, rimasti solo nella memoria degli abitanti
(fontana dell'Orso, fontana delle Fate, fontana del Campo dei
Sambuchi, Lebentel, Pietra dell'Acqua, Roda del Corvo, Prunno della
Gemma, ecc.).
Anche in questo caso gran parte di questo
patrimonio è giunto fino a noi.
La creazione dell"Atlante delle sorgenti" si
attua quindi attraverso due diversi approcci: da un lato l'analisi
scientifica, dall'altro l'individuazione dei manufatti costruiti
dall'uomo. Lo scopo è però unico, ovvero la conoscenza e la
salvaguardia del "BENE ACQUA".
L'idea di compilare un "Atlante delle sorgenti dell'Altopiano dei
Sette Comuni Vicentini" è nata da più esigenze che, comunque, fanno
capo alla necessità di documentare e tutelare il patrimonio
culturale, sociale biologico, architettonico e naturalistico
relativo alla risorsa "acqua".
In un ambiente carsico, come quello
dell'Altopiano dei Sette Comuni Vicentini, la disponibilità di un
adeguato quantitativo d'acqua era, ed è, un problema di primaria
importanza che, nel passato, fu risolto grazie ad un'attenta e
capillare tutela di qualsiasi attività sorgentizia, grande o piccola
che fosse, la quale veniva protetta e tutelata al fine di poterne
sfruttare con sicurezza e continuità anche le minime portate.
Le contrade più antiche degli attuali Sette
Comuni sorsero in corrispondenza di sorgenti perenni o lungo il
corso di ruscelli che assicuravano un adeguato rifornimento idrico
alle modeste attività del passato. Molto spesso al centro della
contrada o del paese era ubicata una fontana alla quale gli abitanti
si recavano ad attingere acqua per uso domestico, per lavare gli
indumenti e per abbeverare gli animali.
Anche per l'acqua dei boschi l'attenzione non era
da meno. I cavalli, utilizzati per l'esbosco del legname e per tutte
le attività silvocolturali, si abbeveravano ai "fontanini" che
raccoglievano l'acqua degli stillicidi anche più piccoli.
Queste minime esigenze del secolo scorso crebbero
notevolmente con il miglioramento delle condizioni
igienico-sanitarie della popolazione e le disponibilità idriche
locali divennero, specialmente dopo il primo conflitto mondiale,
insufficienti per soddisfare le nuove esigenze. Quando l'acqua fu
portata con le tubature a tutte le case, la sorgente, la fontana ed
il ruscello persero l'importanza economica del passato. La
svalutazione di questi beni ben presto si tramutò in incuria e
degradazione delle strutture di raccolta che non vennero più
manutenzionate.
La seconda fase di degradazione del patrimonio
idrico locale è legata all'indiscriminato sviluppo edilizio legato
al turismo, che crebbe a dismisura verso la fine degli anni
sessanta. Le Amministrazioni locali, spesso carenti sul piano
tecnico e culturale, completamente insensibili verso la tutela
ambientale, non seppero affiancare alla massa delle nuove abitazioni
un'adeguata rete fognaria che fu surrogata dall'estensione della
vecchia pratica di eliminare le acque di scolo nelle cavità carsiche
che venivano incontrate nello scavo delle fondazioni delle nuove
abitazioni. L'ovvia conseguenza di questa pratica, interessata da
decine di migliaia di nuove presenze, fu l'inquinamento delle falde
superficiali e dell'acquifero carsico profondo. Allo stato attuale
le acque delle fontane di contrada, che ancora rimangono, sono quasi
sempre inquinate da fosfati, nitrati e batteri che le rendono
praticamente non potabili.
Si può dire che il piccolo patrimonio idrico
locale, che fino al secolo scorso fu mantenuto efficiente, è oggi
compromesso nella qualità, anche se non completamente. L'errata
politica di smaltimento delle acque fognarie per mezzo di condotte
carsiche generò, oltre all'inquinamento di gran parte delle sorgenti
locali, anche problemi nella qualità dell'acqua delle risorgive
pedemontane, peraltro già fortemente compromesse da contaminazioni
agricolo-industriali.
Il problema della carenza idrica, dovuta a
maggiori esigenze e all'impossibilità di sfruttare completamente le
risorse locali, avviò una politica di importazione che, inizialmente
con l'acqua della sorgente della Civetta e poi con quella dell'Oliero,
riuscì a soddisfare il fabbisogno della popolazione locale e
turistica. Queste soluzioni se da una parte riescono a soddisfare le
esigenze da un punto di vista quantitativo, lasciano molto a
desiderare sul piano qualitativo ed economico; specialmente per
l'acqua dell'Oliero sono necessarie pesanti e cospicue clorazioni
prima dell'uso (Figura 1).
 Figura 1
L'intenzione del Gruppo Speleologico Settecomuni di redarre un
atlante delle sorgenti si prefigge tra gli altri scopi anche quello
di chiarire lo stato di salute delle acque poco profonde prima che
queste attraversino il massiccio carsico e fuoriescano dalle
sorgenti pedemontane. È un'occasione per valutare la capacità di
depurazione del massiccio altopianese, per individuare con maggior
precisione le aree maggiormente vulnerabili, per suggerire alle
Autorità ed Enti competenti provvedimenti di controllo, bonifica e
tutela.
La prima campagna di campionamenti si è risolta
nei mesi di giugno-settembre 1997 con il monitoraggio di una
trentina di sorgenti rispetto alle circa 200 note. I dati riportati
nella presente comunicazione riguardano le sorgenti per le quali è
stato possibile misurare alcuni parametri chimico-fisici e nel
contempo determinare la composizione della florula algale (Chlorophyceae
e Xanthophyceae). 1 parametri misurati e le osservazioni non sono
ovviamente complete, vista l'estensione dell'area da indagare, ma
consentono di avere, comunque, una prima idea sullo stato di salute
dell'acquifero altopianese (è volontà nostra stabilire
collaborazioni e scambi d'informazioni con l'Azienda Sanitaria
Locale e con gli amici del Progetto IN.AC. per ampliare lo spettro
delle variabili d'analisi).
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